NELLE STARTUP TECH IL VERO ASSET SPESSO NON SI VEDE
Quando un’impresa acquisisce una startup tecnologica, a prima vista sembra comprare una società: quote, dipendenti, clienti, contratti e ricavi. In realtà, molto spesso il valore principale dell’operazione si trova altrove, ovvero, si trova nel codice.
Software proprietario, brevetti, marchi, algoritmi, database, know-how, segreti commerciali e licenze possono rappresentare una parte decisiva del valore di una startup, soprattutto quando l’azienda non possiede grandi asset fisici e costruisce il proprio vantaggio competitivo quasi interamente sulla tecnologia.
Per questo, in un’operazione di M&A, non basta sapere che il software funziona. Bisogna capire chi lo ha sviluppato, chi ne possiede i diritti, quali componenti esterne utilizza e se la società può davvero trasferirlo all’acquirente.
È una differenza fondamentale, perché comprare una società che utilizza una tecnologia non significa automaticamente comprare tutti i diritti su quella tecnologia.
In alcuni casi il problema emerge soltanto durante la due diligence, quando l’acquirente scopre che una parte del codice è stata sviluppata anni prima da un founder, da un freelance o da una software house esterna senza che i diritti siano mai stati trasferiti correttamente alla startup.
Ed è in quel momento che una questione apparentemente tecnica diventa un problema da milioni di euro.
IL PRIMO PROBLEMA È CAPIRE CHI POSSIEDE DAVVERO IL CODICE
Una startup può aver sviluppato un prodotto per anni senza avere una catena perfettamente ordinata dei diritti di proprietà intellettuale.
Il caso più semplice riguarda i founder. Un programmatore può aver iniziato a scrivere il software prima della costituzione della società e aver successivamente continuato lo sviluppo attraverso la startup. Se i diritti sul codice originario non sono stati trasferiti correttamente alla società, una parte importante del prodotto potrebbe formalmente appartenere ancora alla persona che l’ha creata.
Lo stesso problema può riguardare collaboratori, consulenti e sviluppatori freelance.
Pagare qualcuno per sviluppare un software non significa necessariamente diventare automaticamente titolari di ogni diritto sul lavoro prodotto. È necessario verificare i contratti, le clausole di cessione, la disciplina applicabile e la documentazione che ricostruisce la cosiddetta chain of title.
Per questo gli acquirenti chiedono sempre più spesso un inventario preciso degli asset IP della startup: chi li ha creati, quando sono stati creati, chi li possiede oggi e sulla base di quale contratto.
La questione può sembrare burocratica, ma in realtà riguarda direttamente il valore dell’operazione.
Se il prodotto principale di una società vale cento milioni ma la proprietà del relativo codice non è giuridicamente certa, anche quei cento milioni iniziano improvvisamente a essere meno certi.
OPEN SOURCE: GRATIS NON SIGNIFICA SENZA REGOLE
Il problema diventa ancora più complesso perché praticamente nessun software moderno viene costruito completamente da zero.
Gli sviluppatori utilizzano librerie, framework e componenti open source per accelerare lo sviluppo, ridurre i costi e sfruttare strumenti già disponibili. È una pratica normale e spesso indispensabile.
Ma open source non significa “senza diritti”.
Ogni componente è distribuito attraverso una licenza che stabilisce cosa può fare chi lo utilizza. Alcune licenze sono estremamente permissive; altre impongono condizioni più significative sulla distribuzione, sulle modifiche o sulla disponibilità del codice derivato.
Secondo il report 2026 di Black Duck, l’open source era presente nel 98% delle codebase analizzate, mentre nel campione specifico delle operazioni M&A esaminate i conflitti di licenza comparivano nel 94% delle transazioni. Black Duck precisa che i dati derivano dalle codebase sottoposte ai propri audit, quindi non rappresentano automaticamente tutto il mercato software, ma mostrano quanto il problema sia diffuso nelle operazioni tecnologiche.
Per un acquirente questo significa dover capire non soltanto quanto codice appartenga alla startup, ma anche quanto dipenda da software sviluppato da altri.
Una componente apparentemente marginale può imporre obblighi incompatibili con il modello commerciale della società oppure richiedere interventi tecnici prima del closing.
La due diligence IP, a quel punto, diventa anche software due diligence.
L’INTELLIGENZA ARTIFICIALE HA RESO LA DOMANDA ANCORA PIÙ DIFFICILE
Negli ultimi anni si è aggiunto un ulteriore livello di complessità: sempre più sviluppatori utilizzano strumenti di intelligenza artificiale per generare, completare o modificare codice.
Il problema non è semplicemente stabilire se l’AI possa scrivere software utile. Il vero problema per un potenziale acquirente è ricostruirne la provenienza.
Se una parte del codice è stata prodotta con strumenti generativi, bisogna comprendere quali condizioni contrattuali disciplinavano l’utilizzo del sistema, quali dati o materiali possano aver influenzato l’output e quali procedure interne abbia adottato la startup per controllarne l’impiego.
Il report Black Duck 2026 evidenzia proprio questo nuovo fronte, collegando l’aumento dello sviluppo assistito dall’AI a maggiori problemi di licensing, provenienza e governance del codice. Lo stesso vale per i dati.
Per una startup di intelligenza artificiale, il valore potrebbe non trovarsi soltanto nel modello ma nel dataset utilizzato per addestrarlo o perfezionarlo. Gli investitori stanno quindi prestando maggiore attenzione alla data provenance, cioè alla possibilità di dimostrare da dove provengano i dati, con quali diritti siano stati ottenuti e se possano effettivamente essere utilizzati per quello specifico scopo.
Una startup può quindi possedere tecnicamente un modello molto potente e, nello stesso tempo, avere un problema giuridico sul materiale utilizzato per costruirlo.
UNA LICENZA PUÒ ESSERE PIÙ IMPORTANTE DELLA PROPRIETÀ
Non tutto ciò che crea valore deve necessariamente appartenere alla società.
Una startup può utilizzare tecnologie, brevetti, database o software di terzi attraverso contratti di licenza e costruire su quella base un business estremamente redditizio.
Il problema emerge quando cambia il controllo della società.
Alcuni contratti prevedono clausole di change of control, limiti alla cessione oppure il diritto del licenziante di modificare o terminare il rapporto in determinate circostanze. Una tecnologia perfettamente utilizzabile prima dell’acquisizione potrebbe quindi diventare più difficile da utilizzare dopo il closing.
Per questo l’acquirente deve analizzare non soltanto cosa appartenga alla target, ma anche cosa la target abbia semplicemente il diritto di utilizzare.
È una distinzione apparentemente sottile, ma decisiva.
Un’azienda può dipendere completamente da una licenza esclusiva che le consente di utilizzare una determinata tecnologia. Se quella licenza viene meno con l’acquisizione, può venire meno anche una parte rilevante del valore industriale dell’azienda stessa.
Nelle operazioni tecnologiche il contratto di licenza può quindi diventare importante quanto un brevetto.
QUANDO L’IP CAMBIA IL PREZZO DELL’OPERAZIONE
Tutti questi problemi finiscono inevitabilmente per incidere sulla negoziazione economica.
Se durante la due diligence emergono lacune nella proprietà del codice, licenze open source problematiche, controversie su brevetti o marchi, dipendenza da tecnologie di terzi o dubbi sulla provenienza dei dati, l’acquirente può reagire in diversi modi.
Può chiedere che il problema venga risolto prima del closing, pretendere garanzie contrattuali più forti, introdurre indennizzi specifici, trattenere una parte del prezzo oppure ridurre direttamente la valutazione della società.
In altre parole, una cattiva gestione della proprietà intellettuale può trasformarsi direttamente in una perdita economica per i founder.
Ed è proprio questo uno degli aspetti più interessanti dell’IP nelle operazioni di M&A: un errore commesso nei primi mesi di vita di una startup può emergere anni dopo, nel momento in cui l’impresa vale molto di più.
Un contratto mai firmato da un vecchio sviluppatore, una licenza non verificata o un dataset raccolto senza sufficiente attenzione possono diventare problemi quando sul tavolo non ci sono più poche migliaia di euro, ma un’acquisizione da centinaia di milioni.
La proprietà intellettuale non è quindi soltanto uno strumento di protezione, ma anche una componente della valutazione finanziaria dell’impresa.
IL FUTURO: COMPRARE UNA TECH COMPANY SIGNIFICA CAPIRE COME È STATA COSTRUITA
L’evoluzione delle aziende tecnologiche sta rendendo sempre più difficile separare corporate law, proprietà intellettuale e tecnologia.
In un’acquisizione tradizionale il giurista poteva concentrarsi prevalentemente su governance, contratti, lavoro, contenzioso e passività. Nelle operazioni tech questi elementi restano fondamentali, ma non sono più sufficienti.
Bisogna comprendere come è stato costruito il prodotto.
Chi ha scritto il codice, quali componenti utilizza, quali licenze lo governano, quali dati alimentano il sistema, quali strumenti di AI sono stati utilizzati e quali soggetti esterni possiedono diritti sull’infrastruttura tecnologica.
È per questo che la IP due diligence sta diventando sempre più vicina alla technical due diligence.
Il giurista non deve necessariamente trasformarsi in un programmatore, ma deve essere in grado di capire quali domande porre e quando una questione apparentemente tecnica può trasformarsi in un rischio giuridico o finanziario.
Perché nell’M&A tecnologico la vera domanda non è semplicemente quanto vale una startup, ma capire cosa appartiene davvero alla startup che si sta comprando.
A cura degli studenti sotto la Facoltà di Giurisprudenza e Ingegneria Infomatica
NOTE E RIFERIMENTI
- BLACK DUCK – 2026 OPEN SOURCE RISK IN M&A: analisi dei rischi open source rilevati nelle codebase sottoposte ad audit durante operazioni di M&A, inclusi conflitti di licenza, vulnerabilità e nuovi problemi collegati al codice generato tramite AI.
https://www.blackduck.com/resources/white-papers/ma-open-source-audits.html - BLACK DUCK – 2026 OPEN SOURCE SECURITY AND RISK ANALYSIS: report basato su 947 codebase e 197 operazioni M&A, con dati sull’utilizzo di open source, conflitti di licenza e crescita dei rischi legati allo sviluppo assistito dall’intelligenza artificiale. https://www.blackduck.com/resources/analyst-reports/open-source-security-risk-analysis.html
- WALL STREET JOURNAL – DATA PROVENANCE NELLE STARTUP AI: analisi della crescente attenzione di venture capitalist e acquirenti alla provenienza dei dataset, ai diritti di utilizzo e al rischio che dati non correttamente licenziati compromettano il valore di modelli AI. https://www.wsj.com/pro/venture-capital/vcs-acquirers-scrutinize-data-provenance-e36350e3
- FOUNDATIONSTATE – OPEN SOURCE DUE DILIGENCE NELL’M&A: approfondimento su licenze, dependency tree, Software Bill of Materials, codice sviluppato da contractor e provenienza del codice AI nelle operazioni societarie. https://foundationstate.com/insights/open-source-licence-compliance-mna/
- BLACK DUCK – OPEN SOURCE E AI-ASSISTED DEVELOPMENT: approfondimento sui rischi giuridici, di licensing e governance introdotti dall’aumento del codice prodotto attraverso strumenti di intelligenza artificiale. https://www.blackduck.com/blog/open-source-trends-ossra-report.html
- KOHLER LAW GROUP – STARTUP IP DUE DILIGENCE: checklist aggiornata sugli elementi IP da verificare prima di un finanziamento o di una vendita, tra cui chain of title, founder assignments, software, open source, licenze, dati e trade secrets. https://www.kohler-law.com/insights/startup-ip-due-diligence-checklist/