PERCHÉ LE PIAZZE SI SONO RIEMPITE DI NUOVO
Nelle ultime settimane le manifestazioni sono tornate al centro della vita pubblica europea. In Italia migliaia di studenti sono scesi in piazza in numerose città per chiedere maggiori risorse per la scuola, denunciare le condizioni degli edifici scolastici, contestare alcune politiche del Governo e opporsi all'aumento delle spese militari. Il 16 ottobre cortei si sono svolti da Torino a Padova, Milano, Roma, Firenze, Genova e in molte altre città; pochi giorni prima più di cinquanta piazze italiane avevano ospitato manifestazioni legate alla guerra a Gaza.
Il fenomeno non riguarda soltanto l'Italia. In Francia un movimento nato soprattutto tra studenti e insegnanti per denunciare carenza di personale, strutture scolastiche deteriorate e difficoltà economiche si è progressivamente allargato al costo della vita, ai salari e ai servizi pubblici. Il 17 ottobre centinaia di migliaia di persone hanno manifestato in tutto il Paese; la grande maggioranza delle iniziative è rimasta pacifica, ma in diverse città si sono verificati incendi, saccheggi, attacchi agli edifici pubblici e scontri con la polizia.
Questo è il punto da cui bisogna partire: dietro la parola “manifestazione” possono esserci fenomeni molto diversi. Un corteo pacifico di migliaia di persone, un blocco stradale, un gruppo che lancia oggetti contro gli agenti e una persona che incendia un cassonetto non sono giuridicamente la stessa cosa. Mettere tutto sullo stesso piano impedisce di comprendere sia il valore costituzionale della protesta sia i limiti che l'ordinamento può legittimamente imporle.
L'ARTICOLO 17: MANIFESTARE NON È UNA CONCESSIONE DELLO STATO
Il punto di partenza è l'articolo 17 della Costituzione. La norma stabilisce che i cittadini hanno diritto di riunirsi pacificamente e senz'armi e precisa che, quando la riunione avviene in luogo pubblico, deve esserne dato preavviso alle autorità. L'autorità può vietarla soltanto per comprovati motivi di sicurezza o di incolumità pubblica.
La parola più importante è forse proprio “diritto”. Una manifestazione non diventa legittima perché il Governo, il sindaco o la Questura condividono ciò che i partecipanti stanno dicendo. In una democrazia la libertà di riunione serve soprattutto quando si vuole contestare chi esercita il potere.
Anche il preavviso viene spesso frainteso. Non equivale a chiedere un'autorizzazione politica per poter protestare. Serve alle autorità per conoscere luogo, orari, percorso e caratteristiche dell'iniziativa e predisporre le misure necessarie a proteggere manifestanti, cittadini e beni. La disciplina di pubblica sicurezza prevede normalmente che il preavviso venga presentato al Questore almeno tre giorni prima e consente di introdurre prescrizioni quando vi siano concrete esigenze di ordine e sicurezza pubblica.
La libertà, quindi, è il punto di partenza; la limitazione deve essere giustificata. Ma la stessa Costituzione chiarisce anche che la protezione riguarda una riunione pacifica e senz'armi.
PADOVA E VERONA: QUANDO LE CHAT ENTRANO NELL'ORDINE PUBBLICO
Il caso di Padova mostra bene quanto la tecnologia abbia cambiato anche la gestione delle manifestazioni. Alla vigilia del corteo studentesco del 16 ottobre, la Digos ha individuato una community di messaggistica denominata “16/10”, arrivata a più di mille partecipanti. Secondo la Questura e la Procura, alcuni messaggi invitavano a portare petardi e fumogeni, incendiare cassonetti, utilizzare passamontagna e compiere altre azioni violente. Sono state eseguite otto perquisizioni nei confronti di minorenni, sequestrati telefoni e adottate misure preventive nei confronti di quattordici ragazzi.
È importante però separare ciò che è avvenuto prima dal corteo stesso. Il giorno successivo la manifestazione di Padova, partecipata da studenti medi e universitari, si è svolta pacificamente. Le rivendicazioni hanno riguardato soprattutto edifici scolastici, risorse, servizi e diritto allo studio.
Il caso permette anche di chiarire una parola utilizzata spesso in modo improprio: intercettazione. Il monitoraggio di contenuti pubblici sui social, l'acquisizione di materiale durante una perquisizione, il sequestro di uno smartphone e una vera intercettazione di comunicazioni sono strumenti giuridicamente differenti. Dalle informazioni pubblicate sul caso padovano risultano attività preventive, analisi delle chat, perquisizioni e sequestri; questo non autorizza a concludere automaticamente che tutte quelle conversazioni siano state ottenute mediante intercettazioni nel senso tecnico del codice di procedura penale.
A Verona, invece, il 16 ottobre un gruppo di studenti ha incendiato cinque cassonetti e coinvolto anche veicoli parcheggiati. Ventuno ragazzi, quasi tutti minorenni, sono stati denunciati per ipotesi che comprendono danneggiamento, blocco stradale e getto pericoloso di cose. Due giorni dopo nuovi gruppi di giovanissimi hanno causato disordini in centro dopo essersi mossi attraverso appuntamenti diffusi sui social.
Qui emerge il confine essenziale: protestare contro una decisione scolastica è esercizio di dissenso; incendiare beni o mettere in pericolo altre persone costituisce una condotta diversa, che può assumere rilevanza penale indipendentemente dalle ragioni politiche della protesta.
MILANO E LA FRANCIA: QUANDO UNA PIAZZA PACIFICA SI SPEZZA IN DUE
Milano rappresenta un altro esempio utile. Il 17 ottobre una manifestazione contro caro vita, costo dei carburanti e pressione fiscale è degenerata in violenti scontri nel centro cittadino. Secondo RaiNews, gruppi di giovanissimi hanno lanciato bombe carta, bottiglie e altri oggetti contro le forze dell'ordine; la polizia ha risposto con cariche e lacrimogeni. Sono stati registrati feriti sia tra gli agenti sia tra i manifestanti e più di cinquanta giovani sono stati portati in Questura.
La distinzione giuridica fondamentale è che la violenza commessa da una parte dei partecipanti non trasforma automaticamente ogni persona presente in un soggetto violento. La Corte europea dei diritti dell'uomo, interpretando l'articolo 11 della Convenzione europea, ha più volte sottolineato che chi partecipa pacificamente a una riunione non può essere considerato responsabile semplicemente perché altri commettono disordini. Allo stesso tempo, incitamento alla violenza e comportamenti effettivamente violenti possono giustificare interventi e sanzioni, purché proporzionati.
Lo stesso problema è esploso con forza in Francia. Le proteste sono partite da richieste concrete degli studenti, ma in alcune giornate gruppi radicali e persone dedite ai saccheggi si sono sovrapposti ai cortei. Il Governo francese ha rivendicato la necessità di fermare le violenze; contemporaneamente sono state aperte discussioni e indagini sull'uso della forza da parte della polizia e sulle lesioni riportate da alcuni manifestanti.
È proprio questo il terreno più difficile per una democrazia: impedire che una minoranza violenta utilizzi la manifestazione come copertura senza trasformare la presenza di quella minoranza in una giustificazione per comprimere indiscriminatamente il diritto di tutti gli altri.
IL PROBLEMA POLITICO: IL DISSENSO NON PUÒ ESSERE LETTO SOLO COME ORDINE PUBBLICO
Le manifestazioni hanno inevitabilmente una dimensione politica. In Italia le proteste studentesche hanno contestato il Governo, alcune politiche scolastiche, il riarmo e la gestione delle risorse pubbliche; altre mobilitazioni hanno riguardato Gaza, il costo della vita e temi sociali. La maggioranza politica tende comprensibilmente a sottolineare la necessità di condannare violenze e danneggiamenti, mentre opposizioni, movimenti e organizzazioni studentesche insistono maggiormente sulle cause sociali delle proteste e sul rischio di risposte eccessivamente repressive.
Le due questioni, però, non si escludono.
Si può sostenere contemporaneamente che incendiare un cassonetto, aggredire un agente o saccheggiare un negozio non sia una forma protetta di manifestazione e che decine di migliaia di persone che protestano pacificamente debbano poterlo fare senza essere trattate come un problema di sicurezza.
La risposta politica diventa pericolosa quando utilizza episodi commessi da singoli gruppi per delegittimare un'intera protesta, ma anche quando minimizza la violenza soltanto perché proviene da soggetti con cui si condividono alcune rivendicazioni.
Una democrazia matura dovrebbe riuscire a separare le due cose: ascoltare il contenuto politico della piazza e perseguire individualmente chi viola la legge.
SOCIAL, TELEGRAM E WHATSAPP: LA PROTESTA È DIVENTATA DIGITALE PRIMA DI ARRIVARE IN PIAZZA
C'è poi una dimensione nuova, tecnologica. Una manifestazione oggi può essere organizzata in poche ore attraverso Instagram, TikTok, Telegram, WhatsApp e altre piattaforme. Questo abbassa enormemente il costo dell'organizzazione politica e permette anche a gruppi molto giovani e privi di strutture tradizionali di mobilitare centinaia di persone.
Ma la stessa tecnologia produce nuovi problemi.
Una chat nata per coordinare un corteo può diventare uno spazio nel quale qualcuno propone azioni violente; un video può trasformare in poche ore un episodio locale in una mobilitazione nazionale; contenuti decontestualizzati possono alimentare rabbia, mentre account anonimi possono spingere persone che non si conoscono verso comportamenti sempre più estremi.
Per le autorità nasce quindi una sfida delicata. Prevenire un reato annunciato online può essere legittimo e necessario, soprattutto quando emergono indicazioni specifiche su armi, incendi o aggressioni. Ma la sorveglianza preventiva non può trasformarsi nell'idea che ogni spazio digitale utilizzato per organizzare dissenso sia automaticamente sospetto.
La tecnologia rende più facile organizzare una manifestazione, ma rende anche molto più sottile il confine tra prevenzione, investigazione e tutela della libertà politica.
ORDINE PUBBLICO HA ANCHE UN COSTO ECONOMICO, MA LA DEMOCRAZIA NON È UN BILANCIO
Ogni grande manifestazione produce inevitabilmente effetti economici. Strade chiuse, trasporto pubblico deviato, attività commerciali temporaneamente sospese, impiego straordinario delle forze dell'ordine e, nei casi peggiori, danneggiamenti hanno un costo concreto.
Utilizzare soltanto il costo economico come criterio sarebbe sbagliato. Una manifestazione provoca inevitabilmente una certa interferenza con la vita quotidiana: è proprio la visibilità pubblica a renderla uno strumento politico. Se ogni disagio fosse sufficiente a vietare una protesta, il diritto di manifestare rimarrebbe formalmente esistente ma praticamente innocuo.
Il limite emerge quando l'interferenza diventa violenza, distruzione o pericolo concreto per le persone.
Il diritto di manifestare non protegge il diritto di distruggere, ma l'ordine pubblico non può diventare neppure il diritto dello Stato a non essere disturbato.
La lezione più importante delle piazze di queste settimane: una democrazia non si misura soltanto da quanto riesce a mantenere l'ordine, ma anche da quanto riesce a tollerare il dissenso senza averne paura.
A cura degli studenti sotto la Facoltà di Giurisprudenza e Ingegneria Infomatica
NOTE E RIFERIMENTI
- SENATO DELLA REPUBBLICA – ARTICOLO 17 DELLA COSTITUZIONE: testo ufficiale sulla libertà di riunione, sul carattere pacifico delle manifestazioni e sui limiti che possono essere imposti per comprovati motivi di sicurezza o incolumità pubblica.
https://www.senato.it/istituzione/la-costituzione/parte-i/titolo-i/articolo-17 - POLIZIA DI STATO – CASO PADOVA: ricostruzione ufficiale dell'attività della Digos relativa alla community “16/10”, alle perquisizioni, ai sequestri e alle misure preventive adottate prima della manifestazione studentesca. https://questure.poliziadistato.it/it/Padova/articolo/31496ad09eef85fe2656304549/
- RAINEWS – MANIFESTAZIONI A PADOVA E VERONA: cronaca delle proteste studentesche venete, del corteo pacifico di Padova e degli episodi di danneggiamento verificatisi a Verona. https://www.rainews.it/tgr/veneto/
- RAINEWS – SCONTRI A MILANO: ricostruzione della manifestazione del 17 ottobre contro caro vita e pressione fiscale e degli scontri avvenuti nel centro della città. https://www.rainews.it/tgr/lombardia/articoli/2026/10/corteo-a-milano-alta-tensione-in-centro-tra-bombe-carta-e-fumogeni-f0caa5d7-bd60-478e-acb3-f7507383ec28.html
- REUTERS – PROTESTE IN FRANCIA: analisi della mobilitazione studentesca e sociale francese, delle ragioni economiche e scolastiche della protesta e delle violenze che hanno accompagnato alcuni dei cortei. https://www.reuters.com/world/students-trade-unions-yellow-vests-set-protest-across-france-2026-10-17/
- CORTE EUROPEA DEI DIRITTI DELL'UOMO – ARTICOLO 11 CEDU: guida sulla libertà di riunione pacifica, sui limiti all'intervento pubblico e sulla necessità di distinguere i manifestanti pacifici da chi commette concretamente atti violenti. https://ks.echr.coe.int/documents/d/echr-ks/guide_art_11_eng-pdf