Le università iniziano a temere che l’intelligenza artificiale stia cambiando troppo velocemente il modo in cui gli studenti imparano il diritto. Ed è proprio da una delle law school più prestigiose degli Stati Uniti che arriva una decisione destinata ad aprire un dibattito globale sul futuro della formazione giuridica.
La Berkeley Law School, parte della University of California, ha infatti introdotto una nuova politica estremamente restrittiva sull’uso dei chatbot AI da parte degli studenti di giurisprudenza. La scelta rappresenta uno dei segnali più forti arrivati finora dal mondo accademico americano contro l’utilizzo massiccio di strumenti come ChatGPT nella preparazione legale.
LA NUOVA POLITICA DI BERKELEY
Secondo la nuova regolamentazione, gli studenti non potranno utilizzare l’intelligenza artificiale per numerose attività considerate centrali nella formazione del giurista. Tra queste rientrano la stesura di schemi, il brainstorming per elaborati accademici, la revisione di testi, il riassunto di casi giuridici e persino la correzione grammaticale.
La misura sostituisce una policy precedente, introdotta nel 2023, che invece consentiva un utilizzo molto più ampio dell’AI purché dichiarato in modo trasparente.
Dietro questa stretta vi è una preoccupazione crescente: il rischio che gli studenti sviluppino una dipendenza tecnologica tale da compromettere capacità fondamentali per la professione legale, come il ragionamento critico, l’analisi autonoma delle fonti e la scrittura giuridica.
Per molti professori, il problema non è semplicemente l’utilizzo dell’AI, ma il fatto che essa possa sostituire il processo mentale che porta alla costruzione del ragionamento giuridico. In altre parole, il timore è che gli studenti imparino ad “ottenere risposte” senza comprendere davvero il percorso logico che le genera.
IL PROBLEMA DELLE “HALLUCINATIONS” NEI DOCUMENTI LEGALI
Uno degli aspetti più delicati riguarda le cosiddette hallucinations dell’intelligenza artificiale. I chatbot, infatti, possono inventare precedenti giurisprudenziali, citazioni o riferimenti normativi inesistenti, presentandoli però come autentici.
Negli ultimi anni diversi avvocati e studi legali statunitensi sono finiti al centro di polemiche e procedimenti disciplinari proprio per aver depositato atti contenenti casi giudiziari completamente inventati da ChatGPT.
Questo fenomeno ha avuto un forte impatto sul settore legale, perché il diritto si fonda sull’affidabilità delle fonti. Un singolo precedente inesistente può compromettere la credibilità di un’intera memoria difensiva o influenzare erroneamente un procedimento.
Per questo motivo molte università stanno iniziando a interrogarsi non solo sull’utilizzo pratico dell’AI, ma anche sulle conseguenze etiche e professionali della sua integrazione nei percorsi formativi.
LA PROFESSIONE FORENSE PERÒ STA ANDANDO NELLA DIREZIONE OPPOSTA
La decisione di Berkeley, tuttavia, non convince tutti. Una parte del mondo accademico ritiene infatti che vietare quasi completamente l’uso dell’intelligenza artificiale rischi di creare un paradosso: formare studenti impreparati rispetto alla realtà del mercato legale contemporaneo.
Oggi grandi law firm internazionali e società di consulenza stanno investendo miliardi di dollari in strumenti AI destinati alla ricerca giuridica, alla revisione contrattuale e all’automazione documentale. Sempre più studi richiedono ai giovani collaboratori competenze legate all’utilizzo dell’intelligenza artificiale applicata al diritto.
In questo scenario, impedire agli studenti di confrontarsi con tali strumenti potrebbe significare creare una distanza crescente tra università e professione.
Il vero nodo, quindi, non sembra essere se utilizzare o meno l’AI, ma come insegnarne un uso corretto, consapevole e giuridicamente affidabile.
IL FUTURO DELLA FORMAZIONE GIURIDICA PASSA DALL’EQUILIBRIO
Il caso Berkeley mostra in modo evidente una tensione che probabilmente caratterizzerà i prossimi anni del diritto: trovare un equilibrio tra innovazione tecnologica e preservazione delle capacità umane del giurista.
L’intelligenza artificiale sta già trasformando il modo in cui vengono svolte molte attività legali. Tuttavia, il diritto continua a richiedere interpretazione, responsabilità, valutazione critica e sensibilità etica, elementi che non possono essere completamente delegati a un algoritmo.
Per questo motivo il dibattito aperto negli Stati Uniti potrebbe presto coinvolgere anche le università europee e italiane. Le facoltà di giurisprudenza dovranno decidere se trattare l’AI come un semplice strumento da limitare oppure come una competenza da insegnare e governare.
Perché il rischio, oggi, non è soltanto che gli studenti usino troppo l’intelligenza artificiale. Il rischio reale è che il mondo del diritto arrivi impreparato a convivere con essa.
A cura degli studenti sotto la Facoltà di Giurisprudenza e Ingegneria Informatica