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L’intelligenza artificiale insegna diritto meglio dei professori? Lo studio di Stanford che fa discutere

04 June 2026 5 min. lettura

Per anni si è discusso della capacità dell’intelligenza artificiale di assistere avvocati, giudici e studi legali nella ricerca normativa e nella redazione di documenti. Oggi, però, una nuova ricerca condotta dalla Stanford Law School sposta l’attenzione su un tema ancora più delicato: l’IA può insegnare il diritto meglio dei professori universitari? La domanda può sembrare provocatoria, ma i risultati dello studio hanno attirato l’attenzione del mondo accademico e professionale, alimentando un dibattito destinato a crescere nei prossimi anni. 
 

COME È STATO CONDOTTO LO STUDIO 

La ricerca ha coinvolto sedici professori di diritto provenienti da quattordici università statunitensi. Tutti insegnavano diritto dei contratti utilizzando lo stesso manuale e hanno collaborato alla creazione di quaranta domande rappresentative di quelle che gli studenti pongono abitualmente durante i ricevimenti universitari. Le domande spaziavano da semplici richiami teorici fino a casi pratici, ipotesi applicative e questioni di politica del diritto. Ogni professore ha elaborato le proprie risposte, mentre le stesse domande sono state sottoposte anche a due sistemi di intelligenza artificiale: Gemini 2.5 Pro e NotebookLM.
Successivamente tutte le risposte sono state anonimizzate e sottoposte a una valutazione comparativa. I professori non sapevano se il testo che stavano leggendo fosse stato scritto da un collega o da un modello di IA.
 
 

IL RISULTATO CHE HA SORPRESO GLI STESSI RICERCATORI 

I dati emersi sono stati sorprendenti. Nel 75% dei confronti i professori hanno preferito le risposte elaborate dall’intelligenza artificiale rispetto a quelle fornite dagli altri docenti. Ancora più significativo è il fatto che le prestazioni dei modelli linguistici siano risultate comparabili a quelle del professore meglio valutato dell’intero studio. In alcuni casi, NotebookLM è riuscito addirittura a superare tutti i docenti coinvolti nella ricerca. Secondo gli autori, la preferenza non era legata soltanto alla forma espositiva, ma alla capacità delle risposte di essere chiare, complete, ben argomentate e realmente utili per uno studente che cerca di comprendere un concetto giuridico. 
 

MENO ERRORI E MAGGIORE EFFICACIA DIDATTICA 

Lo studio ha analizzato anche un aspetto particolarmente importante: il rischio di fornire spiegazioni fuorvianti o dannose per l’apprendimento. Durante le valutazioni, i professori potevano segnalare una risposta come pedagogicamente problematica, cioè potenzialmente in grado di creare confusione o trasmettere una comprensione errata dell’argomento. Le risposte generate dall’intelligenza artificiale sono state considerate problematiche in meno del 4% dei casi. Le risposte umane, invece, hanno registrato una percentuale significativamente più elevata.
Questo dato appare particolarmente rilevante se si considera che una delle critiche più frequenti rivolte all’IA riguarda proprio il fenomeno delle cosiddette “allucinazioni”, ossia la produzione di informazioni inesatte o inventate.
 
 

IL PROFESSORE NON SCOMPARE, MA IL SUO RUOLO CAMBIA 

I risultati non significano che l’università possa fare a meno dei docenti. Nessun sistema di intelligenza artificiale è oggi in grado di sostituire completamente il ruolo formativo, culturale e umano del professore. Tuttavia, lo studio suggerisce che l’IA potrebbe diventare un tutor giuridico sempre disponibile, capace di fornire spiegazioni immediate, chiarimenti personalizzati e supporto continuo durante il percorso di studio. Per uno studente di giurisprudenza questo significherebbe poter approfondire un istituto, analizzare un caso o chiarire un dubbio in qualsiasi momento della giornata, senza attendere una lezione o un ricevimento. 
 

LE IMPLICAZIONI PER IL FUTURO DELLA FORMAZIONE GIURIDICA 

La ricerca arriva in un momento in cui università, studi legali e imprese stanno investendo sempre di più nell’intelligenza artificiale. Molte law school statunitensi stanno introducendo corsi dedicati all’uso responsabile dell’IA, mentre il mercato legale sta sperimentando strumenti sempre più sofisticati per la ricerca e l’analisi giuridica. In questo contesto, la vera sfida non sembra essere quella di impedire l’utilizzo dell’intelligenza artificiale da parte degli studenti, bensì comprendere come integrarla all’interno dei percorsi formativi senza compromettere lo sviluppo del pensiero critico e delle competenze professionali. 
 

VERSO UNA NUOVA GENERAZIONE DI GIURISTI 

Lo studio della Stanford Law School rappresenta uno dei segnali più evidenti di un cambiamento già in corso. L’intelligenza artificiale non è più soltanto uno strumento destinato agli avvocati o alle grandi aziende tecnologiche, ma sta iniziando a entrare nelle aule universitarie e nei processi di apprendimento. Se i risultati della ricerca saranno confermati da ulteriori studi, il futuro della formazione giuridica potrà essere caratterizzato da una collaborazione sempre più stretta tra docenti e sistemi intelligenti. Una prospettiva che fino a pochi anni fa apparteneva alla fantascienza e che oggi sembra diventare, progressivamente, realtà. 

 

A cura degli studenti sotto la Facoltà di Giurisprudenza e Ingegneria Informatica 

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