L’intelligenza artificiale non è più una tecnologia che gli studi legali stanno semplicemente valutando per il futuro. In molti casi viene già utilizzata quotidianamente per sintetizzare documenti, preparare prime bozze, analizzare contratti, svolgere ricerche e organizzare grandi quantità di informazioni. Il problema è che la velocità con cui questi strumenti stanno entrando nella professione sembra essere superiore alla capacità degli studi di stabilire regole precise sul loro utilizzo. Una ricerca pubblicata il 5 ottobre 2026 da Legal Futures, sulla base dei dati raccolti da AspiraCloud nel mercato legale britannico, mostra che il 33% degli studi intervistati utilizza già strumenti di intelligenza artificiale senza avere una policy formale che disciplini come possano essere utilizzati, quali informazioni possano essere inserite nei sistemi e chi debba controllare il risultato finale. Un ulteriore 44% degli studi sta valutando l’adozione dell’AI. Il dato racconta quindi una trasformazione già in corso: prima è arrivata la tecnologia, ora devono arrivare le regole.
IL VERO RISCHIO È LA SHADOW AI
L’adozione dell’intelligenza artificiale non avviene necessariamente attraverso una decisione formale dello studio. Può iniziare molto più semplicemente dal singolo professionista che scopre che un chatbot gli permette di risparmiare un’ora nella preparazione di una prima bozza o di sintetizzare rapidamente decine di pagine di documentazione. È il fenomeno della cosiddetta “shadow AI”: strumenti utilizzati all’interno di un’organizzazione senza un’autorizzazione ufficiale e, soprattutto, senza che l’organizzazione abbia piena visibilità su come vengano impiegati. Il problema non riguarda soltanto gli avvocati britannici. Il Future of Professionals Report 2026 di Thomson Reuters rileva che il 34% dei professionisti utilizza strumenti AI che la propria organizzazione non ha formalmente autorizzato. L’intelligenza artificiale può quindi entrare nei processi aziendali senza passare dalla governance interna. Per uno studio legale, però, questo fenomeno assume una rilevanza particolare perché le informazioni trattate non sono dati qualunque: possono riguardare strategie processuali, operazioni societarie, informazioni finanziarie, proprietà intellettuale, controversie, dati personali e documentazione confidenziale dei clienti.
COSA SUCCEDE QUANDO UN DOCUMENTO DEL CLIENTE FINISCE DENTRO UN CHATBOT
Immaginiamo un avvocato impegnato nella revisione di un contratto particolarmente complesso. Per accelerare il lavoro potrebbe caricarlo all’interno di uno strumento di intelligenza artificiale chiedendo di individuare clausole problematiche, sintetizzare gli obblighi delle parti o confrontare determinate disposizioni. Dal punto di vista operativo il vantaggio è evidente. Dal punto di vista giuridico, però, iniziano immediatamente le domande. Dove vengono elaborati quei dati? Per quanto tempo vengono conservati? Possono essere utilizzati dal provider per altre finalità? Lo studio ha verificato le condizioni contrattuali dello strumento? Il professionista aveva l’autorizzazione per inserire quelle informazioni? Legal Futures segnala proprio casi di documenti dei clienti inseriti all’interno di strumenti AI pubblici senza che sia stata preventivamente valutata la destinazione dei dati. In questo momento il problema dell’AI smette di essere soltanto tecnologico e diventa una questione di riservatezza, protezione dei dati, sicurezza informatica e responsabilità professionale.
L’AI PUÒ FARE IL LAVORO, MA LA RESPONSABILITÀ RESTA DELL’AVVOCATO
Esiste poi un secondo problema, ancora più profondo: il controllo del risultato prodotto dall’intelligenza artificiale. Una prima bozza generata automaticamente può sembrare precisa, convincente e perfettamente scritta pur contenendo errori, omissioni o riferimenti inesistenti. Il rischio non è teorico. Nel Regno Unito la Solicitors Regulation Authority ha già ricevuto decine di segnalazioni relative al possibile uso improprio dell’AI e ha avviato diverse indagini. Nel settembre 2026 un professionista è stato inoltre radiato dopo aver utilizzato citazioni e riferimenti giuridici falsi generati attraverso strumenti di intelligenza artificiale in un procedimento davanti al Solicitors Disciplinary Tribunal. La tecnologia può quindi partecipare alla produzione del lavoro, ma non può assumersi l’obbligo professionale che accompagna quel lavoro. Se un parere contiene un errore, se una citazione è inesistente o se un documento viene inviato al cliente senza un controllo adeguato, non sarà il chatbot a rispondere davanti al cliente, al giudice o all’autorità disciplinare. La responsabilità rimane umana.
UNA POLICY AI NON È UN DOCUMENTO FORMALE DA TENERE IN UN CASSETTO
Una vera policy sull’intelligenza artificiale dovrebbe stabilire innanzitutto quali strumenti possano essere utilizzati all’interno dello studio e quali siano invece vietati. Dovrebbe indicare quali categorie di dati possono essere inserite, quando sia necessario anonimizzare le informazioni, quali output debbano essere verificati e chi sia responsabile del controllo finale. Dovrebbe inoltre disciplinare la formazione dei professionisti e l’utilizzo degli strumenti integrati negli ambienti informatici dello studio. Il tema diventa ancora più rilevante con sistemi come Microsoft Copilot, capaci di operare all’interno di ecosistemi che comprendono e-mail, documenti, Teams e SharePoint. In questo caso il problema non riguarda soltanto ciò che l’avvocato decide volontariamente di fornire all’intelligenza artificiale, ma anche ciò che il sistema può già vedere attraverso i permessi esistenti. Un’infrastruttura con autorizzazioni configurate male può quindi trasformarsi, grazie all’AI, in un problema molto più evidente perché la tecnologia è in grado di individuare, collegare e sintetizzare informazioni distribuite nell’intero ambiente digitale.
IL PARADOSSO: NON USARE L’AI PUÒ ESSERE UN RISCHIO, MA USARLA MALE LO È ANCORA DI PIÙ
La soluzione non può essere semplicemente vietare l’intelligenza artificiale. Anche perché il mercato sta andando nella direzione opposta. Secondo Thomson Reuters, il 74% dei professionisti utilizza ormai l’AI diverse volte alla settimana e il 78% dei clienti corporate considera molto importante o essenziale ottenere miglioramenti qualitativi derivanti dall’utilizzo dell’intelligenza artificiale da parte dei propri consulenti. Il 32% dei clienti intervistati dichiara inoltre che potrebbe riconsiderare nei successivi dodici mesi il rapporto con studi che rimangono indietro nell’adozione dell’AI. Gli studi legali si trovano quindi davanti a un equilibrio particolarmente delicato: ignorare la tecnologia significa rischiare di perdere efficienza e competitività, mentre adottarla senza regole significa aumentare l’esposizione a errori, violazioni dei dati e responsabilità professionali. La questione non è più decidere se utilizzare o meno l’intelligenza artificiale, ma costruire un modello nel quale il suo utilizzo sia controllabile e dimostrabile.
IL FUTURO DELLO STUDIO LEGALE PASSERÀ DALLA GOVERNANCE DELL’AI
Per anni il dibattito sull’intelligenza artificiale nella professione legale si è concentrato sulla domanda più immediata: l’AI sostituirà gli avvocati? I dati che arrivano oggi dal mercato suggeriscono che esista una domanda forse ancora più urgente. Chi governerà l’intelligenza artificiale quando sarà utilizzata dagli avvocati? L’adozione spontanea degli strumenti dimostra che la tecnologia non aspetta necessariamente che uno studio approvi una strategia ufficiale. Se uno strumento permette di lavorare più velocemente, qualcuno inizierà probabilmente a utilizzarlo. Per questo la governance non può arrivare dopo. Lo studio legale del futuro non sarà necessariamente quello che utilizzerà più AI, ma quello che saprà stabilire dove l’automazione può intervenire, quali informazioni possono essere affidate ai sistemi, chi deve controllare il risultato e dove deve necessariamente rimanere il giudizio umano. Perché il vero rischio non è che l’intelligenza artificiale entri negli studi legali. È che sia già entrata prima che qualcuno abbia deciso le regole.
A cura degli studenti sotto la Facoltà di Giurisprudenza e Ingegneria Infomatica
NOTE E RIFERIMENTI
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Legal Futures, “The AI governance gap in law firms and why it matters now”, 5 ottobre 2026: https://www.legalfutures.co.uk/blog/the-ai-governance-gap-in-law-firms-and-why-it-matters-now
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Thomson Reuters Institute, “Future of Professionals Report 2026”: https://www.thomsonreuters.com/en/institute/future-of-professionals-2026/report
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Thomson Reuters Institute, “Future of Professionals 2026: As AI adoption grows, so do the challenges”, 22 giugno 2026: https://www.thomsonreuters.com/en/institute/reports/future-of-professionals-2026
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Legal Futures, “SRA warns profession over AI misuse amidst investigations”, 18 agosto 2026: https://www.legalfutures.co.uk/latest-news/sra-warns-profession-over-ai-misuse-amidst-investigations
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Legal Futures, “Lawyer struck off for using fake AI-generated cases before SDT”, 4 settembre 2026: https://www.legalfutures.co.uk/latest-news/lawyer-struck-off-for-using-fake-ai-generated-cases-before-sdt
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Legal Futures, “A third of UK law firms unsure their IT would satisfy the SRA”, 28 settembre 2026: https://www.legalfutures.co.uk/associate-news/a-third-of-uk-law-firms-unsure-their-it-would-satisfy-the-sra-new-aspiracloud-research-finds-ahead-of-october-debate-evenings