La cronaca delle ultime settimane dimostra come l’Italia sia ormai al centro di una nuova fase di vulnerabilità e trasformazione digitale. Da un lato, attacchi informatici che mettono in ginocchio aziende e istituzioni; dall’altro, il dibattito sulla sorveglianza e il diritto alla privacy; infine, la nascita di un ecosistema industriale che punta a fare del nostro Paese un attore strategico nella sicurezza cibernetica europea.
Le vicende che raccontiamo non sono episodi isolati, ma tasselli di un mosaico più ampio: quello di un Paese che, pur esposto, sta cercando di costruire una propria resilienza digitale tra pressioni geopolitiche, nuove normative europee e un settore privato in fermento.
Furto di identità: il caso degli hotel italiani
L’attacco che ha portato alla diffusione sul dark web di circa 100.000 documenti d’identità raccolti da catene alberghiere italiane ha un valore paradigmatico. Non solo perché riguarda dati sensibili ad alta risoluzione (passaporti, carte d’identità, permessi di soggiorno), ma anche perché tocca un settore, quello turistico, che raramente viene percepito come “infrastruttura critica”.
L’episodio apre almeno tre livelli di analisi:
- Tecnico – Le vulnerabilità più probabili riguardano l’assenza di segmentazione delle reti e l’uso di software gestionali non aggiornati. Spesso gli hotel utilizzano sistemi “all-in-one” che centralizzano prenotazioni, check-in e fatturazione, senza adeguati protocolli di cifratura.
- Giuridico – L’episodio costituisce con ogni probabilità una violazione del GDPR, in particolare dell’art. 32 (misure di sicurezza) e dell’art. 33 (obbligo di notifica all’autorità di controllo entro 72 ore). La mancata cifratura dei dati e l’assenza di procedure di minimizzazione (per esempio: conservare solo i dati strettamente necessari) espongono le strutture a sanzioni milionarie.
- Sistemico – Il turismo rappresenta oltre il 13% del PIL italiano. Colpire questo settore significa generare un danno reputazionale e di fiducia verso l’intero ecosistema economico. La cybersecurity diventa così non solo un tema di “tecnici”, ma di politica industriale.
Attacchi DDoS e minacce sistemiche
L’Italia ha registrato, nei primi sei mesi del 2025, 1.549 eventi cyber (+53% rispetto al 2024) e 346 incidenti gravi (+98%). Il mese di giugno ha segnato un picco storico con 433 eventi, molti dei quali riconducibili al gruppo filo-russo NoName057(16), capace di colpire infrastrutture critiche (ministeri, aeroporti, banche) per tredici giorni consecutivi.
Questi dati ci dicono almeno due cose:
- Gli attacchi non hanno più carattere episodico, ma mostrano una pianificazione quasi militare, con obiettivi multipli e durate prolungate.
- La linea di demarcazione tra cybercrime e cyberwarfare è sempre più sottile. Le offensive di NoName057(16), infatti, si collocano in uno scenario geopolitico di ostilità digitale fra Russia ed Europa, in cui l’Italia appare come un target privilegiato per la sua collocazione politica e militare.
Sul piano normativo, la Direttiva NIS2 obbliga l’Italia ad adottare strategie di resilienza più stringenti, soprattutto in settori critici come energia, trasporti e finanza. A ciò si aggiunge il Cyber Solidarity Act, approvato nel 2024, che introduce la possibilità di reti europee di “cyber shield” e centri di risposta condivisi fra Stati membri. Tuttavia, i ritardi nell’implementazione e la frammentazione delle competenze rischiano di lasciare il Paese esposto.
Spyware e libertà di stampa
Il caso dei due giornalisti italiani presunti bersagli di spyware mercenario ha riaperto un dibattito spinoso: fino a che punto può spingersi lo Stato nell’uso di strumenti di sorveglianza digitale?
La vicenda coinvolge tecnologie riconducibili a Paragon, società nota per la fornitura di spyware a governi occidentali. Citizen Lab e Copasir stanno indagando per stabilire se l’uso sia stato legittimo o se vi sia stato un abuso.
L’analisi giuridica è delicata:
- La sorveglianza è legittima se autorizzata e proporzionata, ma rischia di entrare in conflitto con la libertà di stampa tutelata dall’art. 21 della Costituzione e dall’art. 10 della CEDU.
- L’uso di spyware apre il tema della accountability democratica: quali organismi di controllo verificano che non vi siano abusi? Quali rimedi giuridici hanno i cittadini (e i giornalisti) colpiti?
L’Italia, a differenza di altri Paesi UE, non ha ancora un quadro normativo trasparente e dettagliato sull’uso di software di intrusione da parte delle autorità. Questo genera un vuoto che rischia di alimentare diffidenza e conflitti legali.
L’ecosistema italiano: il caso Exein
Nonostante lo scenario critico, c’è un fronte positivo: la crescita dell’ecosistema nazionale di cybersecurity. La startup Exein, nata a Roma e oggi leader nella sicurezza embedded, ha raccolto 70 milioni di euro in Serie C, raggiungendo una valutazione di circa 500 milioni.
Il focus di Exein è la sicurezza degli oggetti connessi (IoT, automotive, dispositivi industriali). In un mondo in cui la superficie di attacco si estende dai computer tradizionali alle auto intelligenti e ai dispositivi medicali, la protezione embedded diventa cruciale.
Dal punto di vista giuridico-regolatorio, il lavoro di Exein si colloca al crocevia di due norme europee chiave:
- il Cyber Resilience Act, che impone requisiti di sicurezza per i prodotti digitali immessi sul mercato;
- la Direttiva NIS2, che obbliga i fornitori di servizi critici ad adottare misure di sicurezza e a notificare incidenti.
Se da un lato l’innovazione italiana mostra vitalità, dall’altro resta il problema della sovranità digitale: quanto siamo indipendenti dalle tecnologie e dai capitali stranieri? La crescita di Exein può essere letta anche come un tentativo di affermare una presenza italiana nel mercato globale della cybersicurezza, riducendo la dipendenza da player extra-UE.
Italia tra vulnerabilità e governance digitale
Il quadro che emerge è quello di un Paese in bilico. Da un lato, un aumento senza precedenti di attacchi e violazioni che mettono a nudo fragilità tecniche e organizzative; dall’altro, una serie di strumenti normativi e industriali che potrebbero trasformare la cybersecurity da punto debole a risorsa strategica.
Il futuro della sicurezza digitale in Italia passerà dalla capacità di:
- coordinare pubblico e privato in una logica di difesa comune;
- implementare rapidamente le normative UE, evitando ritardi e deroghe;
- proteggere i diritti fondamentali, garantendo che le tecnologie di difesa non diventino strumenti di abuso.
La cybersecurity, in questa prospettiva, non è più solo un tema tecnico o di specialisti: è una questione di governance democratica, sovranità economica e tutela dei diritti individuali.
A cura degli studenti sotto la facoltà di Giurisprudenza e Ingegneria Informatica