IL PRIVATE EQUITY ENTRA NEL BUSINESS DELLA SERIE A
Il calcio italiano non è più soltanto una competizione sportiva, è diventata un’industria globale fondata su diritti televisivi, piattaforme digitali, sponsorizzazioni, dati, contenuti e capacità di raggiungere milioni di tifosi fuori dai confini nazionali.
Proprio per queste circostanze, in questo spazio stanno entrando con sempre maggiore interesse i fondi di private equity.
Secondo quanto riportato da Reuters, Carlyle, Bain Capital, Oaktree e l’italiana Nextalia sono tra i soggetti interessati all’acquisto di una partecipazione compresa tra il 10% e il 20% nella nuova società destinata a gestire alcune delle principali attività internazionali della Serie A.
L’operazione riguarderebbe in particolare i diritti media internazionali, le sponsorizzazioni e altre attività commerciali all’estero. La società potrebbe essere valutata tra i 3 e i 4 miliardi di euro e genera attualmente circa 250 milioni di euro di ricavi annuali.
Il punto importante è che il fondo non comprerebbe direttamente la Serie A e nemmeno i singoli club.
Comprerebbe una quota del motore commerciale attraverso cui il calcio italiano prova a trasformare la propria popolarità in ricavi internazionali.
COSA COMPRA DAVVERO UN FONDO
Il private equity investe normalmente in imprese o attività considerate capaci di aumentare il proprio valore nel tempo.
Un fondo mette capitale, partecipa alla crescita dell’attività e punta successivamente a ottenere un ritorno economico dall’investimento.
Nel caso della Serie A, quindi, il vero asset non sarebbe semplicemente il calcio, gli asset sono i diritti commerciali collegati al calcio.
Una partita tra Inter e Juventus può essere contemporaneamente un evento sportivo, un prodotto televisivo, un contenuto per una piattaforma streaming, una fonte di clip per i social network, un veicolo pubblicitario e un prodotto commerciale vendibile in decine di Paesi.
È questa capacità di trasformare l’evento sportivo in una molteplicità di prodotti che interessa un investitore finanziario.
Il problema della Serie A è infatti evidente: il campionato italiano possiede alcuni dei club più conosciuti al mondo, ma i ricavi internazionali generati dai propri diritti media rimangono molto inferiori rispetto a quelli prodotti dalla Premier League inglese e dalla Liga spagnola.
Il private equity vede proprio questa differenza come uno spazio nel quale aumentare il valore del prodotto.
UNA QUOTA DI MINORANZA NON SIGNIFICA ASSENZA DI POTERE
Qui entra in gioco il diritto societario.
Possedere il 10% o il 20% di una società non significa necessariamente controllarla, ma significa poter negoziare diritti capaci di attribuire un peso importante nelle decisioni.
In operazioni di questo tipo assumono quindi importanza lo statuto, gli accordi tra soci e soprattutto i diritti attribuiti all’investitore.
Un fondo può chiedere, ad esempio, una rappresentanza nel consiglio di amministrazione, diritti di informazione, poteri di veto su determinate operazioni, maggioranze rafforzate per le decisioni più importanti o particolari meccanismi di tutela del proprio investimento.
Di conseguenza, la domanda corretta non è semplicemente: “quanta società possiede il fondo?”.
Bisogna capire quali diritti accompagnano quella partecipazione.
Un investitore con una quota relativamente piccola potrebbe infatti avere una forte capacità di influenza sulle decisioni relative alla strategia commerciale, agli investimenti tecnologici, alla distribuzione internazionale dei contenuti o alla conclusione di grandi partnership.
Ed è proprio qui che corporate law e industria sportiva iniziano a sovrapporsi.
IL VERO CAMPO DA GIOCO È DIGITALE
La componente tecnologica rende l’operazione ancora più interessante.
Oggi vendere i diritti della Serie A all’estero non significa più semplicemente concludere un contratto con una televisione.
Il mercato comprende broadcaster tradizionali, servizi streaming, piattaforme digitali, social media e nuovi modelli di distribuzione dei contenuti.
La crescita passa quindi dalla capacità di conoscere il pubblico internazionale e di offrire prodotti differenti a seconda dei mercati.
Dati sul comportamento degli utenti, engagement digitale, modalità di visualizzazione delle partite, contenuti brevi, highlights, applicazioni ufficiali, servizi personalizzati e sistemi di distribuzione online possono diventare elementi fondamentali della strategia commerciale.
Il valore futuro del calcio dipende quindi sempre meno soltanto dai novanta minuti giocati sul campo e sempre più dall’ecosistema digitale costruito intorno alla partita.
Per un fondo di private equity, tecnologia e dati possono diventare strumenti attraverso cui trasformare milioni di tifosi internazionali in un pubblico economicamente più valorizzabile.
La sfida sarà farlo rispettando contemporaneamente privacy, sicurezza informatica, contratti di licenza e disciplina dei diritti audiovisivi.
IL CASO OAKTREE E IL PROBLEMA DEI CONFLITTI
La presenza di Oaktree rende il caso ancora più interessante.
Oaktree controlla infatti indirettamente la quasi totalità del capitale dell’Inter e risulta contemporaneamente tra i potenziali investitori nella società che dovrebbe gestire parte delle attività commerciali internazionali della Serie A.
Questo non significa automaticamente che esista un conflitto illecito.
Significa però che la governance dell’operazione deve essere costruita con particolare attenzione.
Un investitore potrebbe trovarsi infatti esposto contemporaneamente agli interessi di un singolo club e a quelli di una società partecipata dall’intero sistema Serie A.
Servono quindi regole chiare su informazioni riservate, operazioni con parti correlate, processi decisionali, astensione nelle situazioni di conflitto e tutela degli altri partecipanti.
È esattamente in situazioni come questa che il diritto societario smette di essere una materia astratta.
La qualità della governance determina concretamente chi può decidere, quali informazioni può utilizzare e quali interessi devono essere tutelati.
IL RISCHIO: TRASFORMARE IL CALCIO IN UN FOGLIO EXCEL
L’ingresso del private equity può portare capitale, competenze finanziarie, tecnologia e una maggiore capacità di sviluppare commercialmente il prodotto Serie A.
Ma esiste anche un rischio.
Il rendimento finanziario del fondo e l’interesse sportivo dei club non coincidono necessariamente.
Un investitore potrebbe voler aumentare rapidamente i ricavi attraverso più contenuti, nuove finestre televisive, una maggiore commercializzazione internazionale o nuovi prodotti digitali.
Club e tifosi potrebbero invece avere esigenze differenti.
Il problema non è la presenza del capitale privato.
Il problema è costruire una governance capace di impedire che l’unico parametro utilizzato per valutare il calcio diventi il rendimento economico.
La Serie A aveva già tentato nel 2021 di aprire il proprio business media a investitori esterni, ma l’operazione non era riuscita a ottenere il consenso necessario tra i club. Anche l’attuale operazione richiederebbe l’approvazione di almeno 14 società su 20.
La discussione quindi non riguarda soltanto quanto denaro possa portare un fondo.
Riguarda soprattutto quali poteri il sistema calcistico italiano è disposto a condividere in cambio di quel capitale.
IL FUTURO: IL CLUB DIVENTA UNA PIATTAFORMA
Il passaggio più importante potrebbe verificarsi nei prossimi anni.
Il club di calcio del futuro sarà sempre meno soltanto una squadra e sempre più una piattaforma globale di contenuti, dati, servizi ed esperienze digitali.
Streaming, intelligenza artificiale, analisi dei dati, contenuti personalizzati, ticketing digitale, merchandising, fan token, realtà aumentata e nuove modalità di interazione con i tifosi possono ampliare enormemente il valore economico dell’industria sportiva.
In questo scenario il private equity può accelerare la trasformazione.
Ma maggiore tecnologia significa anche maggiore complessità giuridica.
Serviranno competenze in corporate governance, proprietà intellettuale, privacy, cybersecurity, contratti tecnologici e regolazione delle piattaforme.
Il futuro della Serie A potrebbe quindi essere deciso tanto nelle sale dei consigli di amministrazione quanto negli stadi.
A cura degli studenti sotto la Facoltà di Giurisprudenza e Ingegneria Informatica
NOTE E RIFERIMENTI:
- REUTERS – PRIVATE EQUITY E SERIE A: Carlyle, Bain, Oaktree e Nextalia tra i potenziali investitori nella nuova società dedicata ai diritti media internazionali della Serie A; partecipazione ipotizzata del 10-20% e valutazione tra 3 e 4 miliardi di euro. Reuters – Private equity firms readying bids for Serie A international media unit
- INTER – ASSETTO PROPRIETARIO: documentazione Investor Relations relativa al controllo indiretto esercitato da Oaktree sul capitale dell’Inter. FC Internazionale – Investor Relations
- INTER – GOVERNANCE E OAKTREE: comunicazione societaria relativa alla partnership tra la proprietà Oaktree, Giuseppe Marotta e la strategia di sviluppo di lungo periodo del club. Inter – President Giuseppe Marotta becomes shareholder of Inter
- EUROSPORT – DIRITTI MEDIA SERIE A: ricostruzione dell’operazione, dei potenziali fondi interessati e della maggioranza di almeno 14 club necessaria per procedere. Eurosport – Diritti TV internazionali Serie A e interesse dei fondi