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Addestrare un’AI con articoli protetti può essere lecito: la decisione indiana che favorisce OpenAI

29 July 2026 8 min. lettura

La High Court di Delhi ha respinto la richiesta con cui l’agenzia di stampa ANI cercava di impedire a OpenAI di utilizzare i propri contenuti giornalistici per l’addestramento di ChatGPT. La decisione, pronunciata il 24 luglio 2026 dal giudice Amit Bansal, rappresenta uno dei primi interventi sostanziali di un tribunale indiano sul rapporto tra intelligenza artificiale generativa e diritto d’autore. Il principio che emerge è rilevante: utilizzare opere protette per addestrare un modello linguistico non equivale necessariamente a riprodurle illegalmente. 
Non si tratta, tuttavia, della conclusione definitiva del procedimento. Il tribunale ha deciso sulla richiesta di un provvedimento cautelare e ha precisato che le proprie valutazioni sono formulate soltanto prima facie, senza pregiudicare l’esito finale della causa. 

 
IL CASO ANI CONTRO OPENAI 

ANI aveva avviato il procedimento nel 2024, sostenendo che OpenAI avesse utilizzato senza autorizzazione i suoi articoli per addestrare i modelli alla base di ChatGPT. 
L’agenzia contestava anche la generazione di contenuti falsi successivamente attribuiti ad ANI. Il problema, quindi, non riguardava soltanto l’acquisizione dei dati durante l’addestramento, ma anche ciò che il sistema era capace di produrre e comunicare agli utenti. 
Per ottenere un’ingiunzione, ANI avrebbe dovuto dimostrare che ChatGPT avesse memorizzato i suoi articoli e fosse in grado di riprodurne parti sostanziali. Secondo il tribunale, questa prova non è stata fornita. Gli esempi presentati dall’agenzia riguardavano infatti articoli pubblicati dopo la conclusione dell’addestramento dei modelli considerati nel procedimento. Le relative risposte non potevano quindi derivare dalla memorizzazione dei dati di training, ma probabilmente dall’utilizzo di strumenti di ricerca e recupero di informazioni online, come la tecnologia RAG. 
Il giudice ha inoltre confrontato gli articoli originali con le risposte di ChatGPT, escludendo che vi fosse una riproduzione sostanzialmente simile dell’espressione protetta. 

 
IL COPYRIGHT PROTEGGE L’ESPRESSIONE, NON IL FATTO 

Uno dei punti centrali della decisione riguarda la distinzione tra il contenuto informativo di una notizia e la forma con cui quella notizia viene raccontata. Il diritto d’autore può proteggere la struttura, il linguaggio, la selezione e l’organizzazione originale di un articolo. Non attribuisce invece al giornale o all’agenzia un monopolio sui fatti descritti. 
Due soggetti possono quindi raccontare il medesimo evento senza che ciò costituisca automaticamente una violazione. L’illecito emerge quando viene ripresa la forma espressiva dell’opera oppure una sua parte sostanziale, non quando vengono utilizzati semplicemente fatti, idee o informazioni. 
Nel caso concreto, il tribunale ha ritenuto che le risposte prodotte da ChatGPT non fossero una copia trasparente o una semplice riformulazione degli articoli di ANI. 

 
L’ADDESTRAMENTO DELL’AI CONSIDERATO UNA FORMA DI RICERCA 

La parte più innovativa della decisione riguarda l’applicazione della Sezione 52 del Copyright Act indiano. 
La disposizione esclude la violazione del copyright quando un’opera viene utilizzata attraverso un fair dealing per finalità come l’uso privato o personale, inclusa la ricerca. La norma specifica inoltre che la conservazione elettronica di un’opera per tali finalità non costituisce, di per sé, una violazione. 
Secondo la High Court, l’addestramento di un modello linguistico può rientrare nel concetto di ricerca. Durante il training, i testi vengono analizzati, organizzati e convertiti in dati elaborabili dalla macchina per consentire al modello di individuare relazioni statistiche e generare nuovi risultati. Il giudice ha applicato una lettura evolutiva della legge: il fatto che la disposizione sia stata scritta prima della diffusione dei modelli generativi non impedisce di applicarla alle nuove forme di apprendimento automatico. 
La ricerca, secondo questa interpretazione, non deve essere necessariamente svolta direttamente da una persona. Può essere realizzata anche attraverso sistemi informatici, purché l’attività sia organizzata dagli esseri umani e produca conoscenza o strumenti destinati al loro beneficio. 

 
IL CARATTERE COMMERCIALE NON RENDE AUTOMATICAMENTE ILLECITO L’USO 

ANI aveva evidenziato che OpenAI utilizza i contenuti all’interno di un’attività economica e commerciale. 
La High Court ha però osservato che la Sezione 52 non limita espressamente l’eccezione per ricerca alle attività prive di scopo di lucro. Quando il legislatore indiano ha voluto riservare determinate eccezioni agli usi non commerciali, lo ha indicato chiaramente in altre parti della stessa legge. La natura commerciale di ChatGPT può quindi essere valutata nel giudizio complessivo sulla correttezza dell’utilizzo, ma non basta da sola a escludere il fair dealing. 
Il tribunale ha inoltre considerato l’interesse pubblico collegato allo sviluppo dei modelli linguistici, evidenziandone l’utilizzo nella ricerca scientifica, nell’istruzione, nella traduzione, nell’accessibilità e nello sviluppo di software. 

 
NON È UN’AUTORIZZAZIONE GENERALE A UTILIZZARE QUALSIASI CONTENUTO 

La decisione non stabilisce che tutte le aziende possano acquisire liberamente qualsiasi opera disponibile online. 
Il risultato dipende dalle prove presentate e dal comportamento concreto del sistema. Se un modello memorizzasse e riproducesse sistematicamente articoli, libri, immagini o altri contenuti protetti, la valutazione potrebbe essere differente. Lo stesso vale per un servizio capace di sostituire economicamente la fonte originale, permettendo agli utenti di ottenere l’intera opera senza visitare il sito dell’editore o acquistare il contenuto. 
Nel caso ANI, il tribunale ha rilevato l’assenza di prove relative alla perdita di abbonati o di ricavi provocata da ChatGPT. Ha inoltre osservato che l’agenzia disponeva di strumenti tecnici per impedire ai crawler di accedere al proprio sito e che tale possibilità di esclusione non era stata utilizzata. 
La decisione sposta quindi il centro delle future controversie dalla semplice presenza di un’opera nei dati alla dimostrazione concreta del danno: quali testi sono stati utilizzati, come sono stati memorizzati, che cosa produce il modello e se gli output possono sostituire l’opera originale. 

 
IL CONFRONTO CON L’UNIONE EUROPEA 

La soluzione indiana non può essere automaticamente trasferita in Europa. La direttiva europea sul copyright nel mercato unico digitale prevede specifiche eccezioni per il text and data mining. Per le attività non strettamente scientifiche, l’utilizzo di opere accessibili legittimamente è consentito soltanto quando il titolare non abbia riservato espressamente i propri diritti, anche attraverso strumenti leggibili automaticamente. 
L’AI Act aggiunge obblighi specifici per i fornitori di modelli di intelligenza artificiale per finalità generali. Questi devono adottare una politica per rispettare il diritto d’autore europeo, riconoscere le riserve espresse dai titolari e pubblicare una sintesi sufficientemente dettagliata dei contenuti utilizzati per l’addestramento. 
L’ordinamento europeo cerca quindi di bilanciare l’innovazione con strumenti di trasparenza e possibilità di opposizione dei titolari, seguendo una struttura diversa da quella utilizzata dalla High Court di Delhi. 

 
UNA DECISIONE DESTINATA AD ALIMENTARE IL CONFRONTO GLOBALE 

Il caso ANI dimostra quanto sia difficile applicare categorie costruite per libri, fotografie e articoli a sistemi che analizzano miliardi di contenuti per produrre risultati nuovi. 
La linea tracciata dal tribunale indiano è favorevole allo sviluppo dell’intelligenza artificiale: l’addestramento può essere considerato ricerca e la trasformazione statistica dei testi non equivale necessariamente alla loro riproduzione. 
Rimane però aperto il problema economico. Se i modelli generativi vengono costruiti anche grazie al lavoro di giornalisti, autori ed editori, il fatto che l’utilizzo sia tecnicamente lecito non elimina il dibattito sulla remunerazione, sulla trasparenza dei dataset e sulla sostenibilità dell’informazione professionale. 
La prossima fase del conflitto non riguarderà soltanto la domanda se un’opera sia stata utilizzata, ma se l’AI sia diventata un concorrente capace di assorbirne il valore senza restituire traffico, attribuzione o compenso a chi l’ha prodotta. 

A cura degli studenti sotto la Facoltà di Giurisprudenza e Ingegneria Informatica 

 

NOTE E RIFERIMENTI 

  1. High Court of Delhi, ANI Media Pvt. Ltd. v. OpenAI OpCo LLC, CS(COMM) 1028/2024, decisione del 24 luglio 2026: testo della decisione. 

  1. Copyright Act indiano del 1957, Sezione 52, eccezioni alla violazione del diritto d’autore e fair dealing per uso privato o personale, inclusa la ricerca: testo ufficiale su India Code. 

  1. Direttiva (UE) 2019/790, articoli 3 e 4, eccezioni per l’estrazione di testo e dati: testo ufficiale su EUR-Lex. 

  1. Regolamento (UE) 2024/1689 – AI Act, articolo 53, obblighi dei fornitori di modelli di AI per finalità generali in materia di copyright e trasparenza dei dati di addestramento: testo ufficiale su EUR-Lex. 

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