L’AI ENTRA NELLO SPAZIO RISERVATO TRA AVVOCATO E CLIENTE
L’intelligenza artificiale generativa sta diventando uno strumento ordinario del lavoro legale. Può analizzare contratti, sintetizzare documenti, supportare la ricerca e contribuire alla preparazione di atti e strategie.
Questa trasformazione porta però l’AI dentro uno degli spazi più protetti della professione: quello delle informazioni riservate del cliente.
Negli Stati Uniti il tema sta assumendo particolare rilevanza perché l’utilizzo di piattaforme esterne può incidere, a seconda delle circostanze, sulla tutela dell’attorney-client privilege e del work-product doctrine. La protezione non dipende semplicemente dall’aver utilizzato o meno l’intelligenza artificiale, ma anche da come lo strumento tratta le informazioni ricevute e dalle condizioni con cui viene utilizzato.
NON TUTTE LE AI SONO UGUALI DAVANTI ALLA RISERVATEZZA
Uno degli errori più pericolosi consiste nel considerare qualsiasi chatbot come un semplice software installato sul computer.
I sistemi di AI possono invece essere servizi gestiti da soggetti esterni, con differenti politiche relative a conservazione, accesso e trattamento degli input. Anche le condizioni applicabili possono cambiare tra versioni consumer, professionali ed enterprise.
Per uno studio legale diventa quindi essenziale verificare preventivamente dove vengono trattati i dati, quali informazioni vengono conservate e quali garanzie contrattuali accompagnano il servizio.
La sicurezza giuridica dell’utilizzo dell’AI non dipende soltanto dalla qualità del modello. Dipende anche dall’architettura attraverso cui le informazioni del cliente vengono elaborate.
I PRIMI CASI MOSTRANO CHE LA PROTEZIONE NON È AUTOMATICA
La giurisprudenza statunitense sta iniziando a confrontarsi direttamente con questo problema.
Nel caso United States v. Heppner, un tribunale federale di New York ha negato la protezione a determinati materiali prodotti attraverso Claude, attribuendo rilievo anche alle condizioni relative al trattamento e alla possibile divulgazione delle informazioni.
Un’impostazione differente è emersa in Warner v. Gilbarco. In quel contesto l’AI è stata considerata uno strumento e non una persona, permettendo di riconoscere la protezione del work product ai materiali elaborati attraverso ChatGPT.
Le decisioni mostrano un principio importante: utilizzare l’intelligenza artificiale non determina automaticamente la perdita della protezione, ma neppure garantisce che questa rimanga intatta.
Contano il tipo di informazione, lo scopo dell’utilizzo, le condizioni del servizio e il livello di riservatezza effettivamente garantito.
LO STUDIO LEGALE HA BISOGNO DI UNA AI POLICY
La conseguenza pratica è che l’adozione dell’intelligenza artificiale non può più essere lasciata completamente all’iniziativa del singolo professionista.
Uno studio dovrebbe stabilire quali strumenti sono autorizzati, quali categorie di documenti possono essere caricate, quando è necessaria l’anonimizzazione e quali informazioni devono rimanere fuori dai sistemi generativi.
È il passaggio dall’utilizzo spontaneo dell’AI alla AI governance dello studio legale.
Gli obblighi professionali tradizionali non vengono ridotti dall’automazione. Competenza, diligenza, supervisione e riservatezza continuano a gravare sull’avvocato anche quando una parte dell’attività viene svolta attraverso un algoritmo.
La capacità di valutare la sicurezza di uno strumento tecnologico diventa così una componente sempre più importante della competenza professionale.
IL RISCHIO PUÒ NASCERE ANCHE PRIMA DELL’AVVOCATO
La riservatezza non dipende esclusivamente dal comportamento dello studio.
Un cliente può utilizzare autonomamente un chatbot per descrivere una controversia, caricare un contratto, ricostruire una vicenda o chiedere una valutazione preliminare prima ancora di rivolgersi a un professionista.
In questo modo informazioni potenzialmente rilevanti possono essere condivise con una piattaforma esterna prima dell’instaurazione del rapporto professionale.
Per questo motivo sta diventando ragionevole integrare l’educazione digitale del cliente nelle procedure dello studio: la tutela delle informazioni deve riguardare anche gli strumenti AI utilizzati autonomamente prima e durante l’assistenza legale.
IL SEGRETO PROFESSIONALE DIVENTA ANCHE UN PROBLEMA TECNOLOGICO
La trasformazione più profonda è proprio questa.
Proteggere le informazioni di uno studio legale non significa più soltanto mettere in sicurezza email, computer, server e fascicoli. Significa controllare anche il percorso compiuto dai dati quando vengono affidati a sistemi intelligenti.
Un prompt può contenere una strategia processuale. Un documento caricato può contenere dati personali e informazioni commercialmente sensibili. Una conversazione con un chatbot può ricostruire dettagli fondamentali di una controversia.
L’intelligenza artificiale non rende quindi obsoleto il segreto professionale, ma lo rende tecnologicamente più complesso da proteggere.
Il futuro della professione non passerà dalla scelta tra utilizzare o rifiutare l’AI, ma dalla capacità di integrarla senza compromettere le garanzie che definiscono il rapporto fiduciario tra avvocato e cliente.
Perché nell’era dell’intelligenza artificiale, proteggere il cliente significa anche sapere quali informazioni non devono mai diventare un prompt.
A cura degli studenti sotto la Facoltà di Giurisprudenza e Ingegneria Informatica
NOTE E RIFERIMENTI
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New York City Bar Association – The Intersection of Artificial Intelligence, Privacy, and Privilege (2026)
https://www.nycbar.org/reports/the-intersection-of-artificial-intelligence-privacy-and-privilege/ -
New York City Bar Association – Formal Opinion 2024-5: Generative AI in the Practice of Law
https://www.nycbar.org/reports/formal-opinion-2024-5-generative-ai-in-the-practice-of-law/ -
New York City Bar Association – Formal Opinion 2025-6: Ethical Issues Affecting Use of AI to Record, Transcribe, and Summarize Conversations with Clients
https://www.nycbar.org/wp-content/uploads/2025/12/20221554-AIRecordingEthicsOpinion-1.pdf