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Deepfake sessuali: perché xAI sostiene che vietarli così possa violare la libertà di espressione

16 September 2026 7 min. lettura

Basta un'immagine pubblicata online. Un volto, una fotografia presa da un social network e un sistema di intelligenza artificiale capace di modificarla. 
La tecnologia generativa ha reso possibile creare immagini estremamente realistiche nelle quali una persona appare nuda o sessualizzata senza aver mai realizzato né autorizzato quel contenuto. Il fenomeno viene spesso definito “nudification” e pone un problema diverso dal tradizionale fotomontaggio: strumenti accessibili a milioni di utenti permettono oggi di produrre contenuti sintetici in pochi secondi, con una qualità sufficiente a renderli credibili. 
Il Minnesota ha deciso di intervenire direttamente sulla tecnologia. Dal 1° agosto 2026 è in vigore una legge che vieta ai gestori di siti, applicazioni e software di permettere agli utenti di utilizzare i propri servizi per generare determinate immagini intime artificiali di persone identificabili. 

 
IL MINNESOTA NON COLPISCE SOLTANTO CHI CREA L'IMMAGINE 

È questo l'elemento più interessante della nuova disciplina. 
La norma non si limita a perseguire l'utente che materialmente genera il deepfake. Interviene a monte, imponendo obblighi anche a chi controlla il sito, l'applicazione o il software attraverso cui la manipolazione viene effettuata. La legge vieta inoltre la promozione di servizi destinati alla nudification e consente alla persona rappresentata nell'immagine di agire civilmente per ottenere, tra le altre cose, risarcimento, misure inibitorie e spese legali. 
Le violazioni possono inoltre comportare sanzioni civili fino a 500.000 dollari per singolo accesso, download o utilizzo illecito. 
Il cambio di prospettiva è evidente: non basta più chiedersi chi ha creato il deepfake?Bisogna domandarsi anche chi ha progettato e messo a disposizione lo strumento che permette di generarlo. 

 
XAI PORTA LA LEGGE IN TRIBUNALE 

xAI, la società dietro Grok, ha contestato la normativa sostenendo che violi il Primo Emendamento della Costituzione americana, che protegge la libertà di espressione. 
La società ha chiesto inizialmente di sospendere l'applicazione della legge. Il giudice federale Donovan Frank ha prima respinto la richiesta di un temporary restraining order e, il 4 settembre 2026, ha negato anche la preliminary injunction richiesta da xAI. 
Il tribunale non ha ancora risolto definitivamente la questione costituzionale. In quella fase ha invece ritenuto che xAI non avesse dimostrato i requisiti necessari per ottenere la sospensione provvisoria della norma, evidenziando anche il peso degli interessi pubblici tutelati dal Minnesota. xAI ha quindi presentato appello. L'11 settembre 2026 ha depositato davanti alla Corte d'Appello federale dell'Ottavo Circuito una nuova richiesta di injunction pending appeal, chiedendo di impedire temporaneamente l'applicazione della legge durante il procedimento. 

 
IL VERO SCONTRO: REGOLARE UNA TECNOLOGIA O REGOLARE UN'ESPRESSIONE? 

Qui il caso diventa molto più importante di Grok. 
Secondo xAI, la legge rischia di essere eccessivamente ampia e di incidere sulla produzione di contenuti che possono rientrare nell'ambito della libertà di espressione. 
Il Minnesota sostiene invece che l'obiettivo sia regolamentare uno strumento tecnologico utilizzato per produrre immagini intime artificiali, proteggendo le persone dai danni derivanti dalla diffusione di contenuti sessuali sintetici. Sono due impostazioni profondamente diverse. 
Se la nudification viene considerata prevalentemente come una funzionalità tecnologica pericolosa, il legislatore dispone di maggiori margini per limitarla. 
Se invece l'output generato viene considerato una forma di espressione, ogni limitazione deve confrontarsi con le robuste garanzie offerte dal Primo Emendamento americano. Il giudizio potrebbe quindi contribuire a definire una delle questioni centrali della regolazione dell'AI: quando una legge disciplina il funzionamento di un algoritmo e quando, invece, finisce per disciplinare ciò che attraverso quell'algoritmo può essere espresso? 

 
LA RESPONSABILITÀ SI SPOSTA VERSO CHI PROGETTA L'AI 

Per anni gran parte della regolazione digitale ha ruotato attorno alla distinzione tra piattaforma e utente. L'utente pubblica un contenuto illecito; la piattaforma deve eventualmente rimuoverlo. L'intelligenza artificiale generativa complica questo modello. Nel caso della nudification, infatti, il servizio non si limita necessariamente a ospitare un'immagine creata altrove. È lo stesso sistema tecnologico a generarla sulla base delle istruzioni dell'utente. 
È proprio qui che emerge un nuovo interrogativo giuridico: fino a che punto un'impresa può sostenere di essere semplicemente il fornitore neutrale di uno strumento quando determinate capacità del prodotto rendono prevedibile un particolare tipo di abuso? 
La legge del Minnesota sceglie una risposta particolarmente incisiva: alcune funzionalità devono essere impedite direttamente dal provider. 

 
IL CONSENSO DIVENTA UN PROBLEMA DI DESIGN 

Il caso apre anche una questione più ampia per l'intera industria tecnologica. 
La tutela della persona potrebbe non essere più affidata soltanto alle condizioni d'uso o agli interventi successivi alla pubblicazione. Potrebbe entrare direttamente nella progettazione del sistema. 
Filtri, sistemi di riconoscimento, restrizioni sugli editing di persone reali e meccanismi per impedire specifiche richieste possono trasformarsi da semplici scelte aziendali in veri strumenti di compliance. In questa prospettiva il principio del consenso non opererebbe soltanto dopo il danno, quando una vittima chiede la rimozione di un'immagine, ma già nel momento in cui l'AI decide se generare oppure rifiutare un determinato contenuto. 
È un passaggio significativo: dal diritto che reagisce all'abuso alla tecnologia progettata per impedirlo. 

 
IL CASO XAI POTREBBE DIVENTARE UN PRECEDENTE PER L'AI GENERATIVA 

La controversia è ancora aperta e la Corte d'Appello non ha ancora stabilito definitivamente se la legge sia compatibile con il Primo Emendamento. 
Il procedimento d'appello è registrato come X.AI LLC v. Keith Ellison, No. 26-2806. 
Ma il problema sollevato dal Minnesota è destinato ad andare molto oltre una singola legge. Più i sistemi generativi diventano potenti, più sarà difficile separare completamente il comportamento dell'utente dalle scelte effettuate da chi progetta il modello. 
E il vero punto di incontro tra diritto e tecnologia potrebbe essere proprio questo: non stabilire soltanto cosa sia vietato fare con l'intelligenza artificiale, ma decidere quali capacità un sistema possa essere autorizzato a mettere nelle mani di milioni di persone. 

 
A cura degli studenti sotto la Facoltà di Giurisprudenza e Ingegneria Informatica 


NOTE E RIFERIMENTI 

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