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Tensioni USA–UE sulla regolazione del digitale: il Digital Services Act e il rischio di una nuova guerra commerciale tecnologica

17 December 2025 5 min. lettura

QUANDO IL DIRITTO DIGITALE DIVENTA GEOPOLITICA 

La regolazione delle piattaforme digitali non è più soltanto una questione di tutela degli utenti, concorrenza o diritti fondamentali. Negli ultimi anni, il diritto della tecnologia si è progressivamente trasformato in uno strumento di politica economica e geopolitica, capace di incidere sugli equilibri commerciali tra grandi blocchi globali. 
In questo scenario si inserisce lo scontro sempre più acceso tra Stati Uniti e Unione Europea, culminato nelle recenti dichiarazioni della USTR (United States Trade Representative), che ha accusato l’UE di discriminare le imprese tecnologiche statunitensi attraverso normative come il Digital Services Act (DSA) e il Digital Markets Act (DMA), minacciando esplicitamente ritorsioni commerciali contro aziende europee. 
La vicenda rappresenta uno dei casi più emblematici di conflitto regolatorio transatlantico nell’era digitale. 

 

IL CUORE DEL CONFLITTO: LA STRATEGIA REGOLATORIA EUROPEA  

Negli ultimi cinque anni, l’Unione Europea ha adottato un approccio sempre più assertivo nei confronti delle grandi piattaforme online. Con il Digital Services Act e il Digital Markets Act, Bruxelles ha costruito un sistema normativo volto a: 

  • rafforzare la responsabilità delle piattaforme nella gestione dei contenuti; 

  • prevenire abusi di posizione dominante nei mercati digitali; 

  • aumentare trasparenza, accountability e controllo democratico sugli algoritmi. 

Il DSA, in particolare, impone obblighi rafforzati alle Very Large Online Platforms (VLOPs), molte delle quali sono società statunitensi (Meta, Google, Amazon, X). Tali obblighi includono valutazioni sistemiche dei rischi, audit indipendenti, trasparenza sugli algoritmi e cooperazione con le autorità europee. 
Dal punto di vista dell’UE, si tratta di una regolazione neutrale rispetto alla nazionalità, giustificata dalla necessità di tutelare diritti fondamentali, sicurezza e concorrenza nel mercato interno. 

 

LA POSIZIONE STATUNITENSE: “REGOLE NEUTRALI SOLO SULLA CARTA” 

La lettura americana è radicalmente diversa. Secondo la USTR, il pacchetto normativo europeo avrebbe effetti sostanzialmente discriminatori, poiché colpisce in modo sproporzionato le grandi imprese tech statunitensi, imponendo loro costi di compliance elevatissimi, sanzioni potenzialmente miliardarie e un clima regolatorio percepito come ostile. 
Nelle dichiarazioni ufficiali, Washington parla di un “corso continuo di misure punitive” contro i fornitori di servizi digitali americani, mentre le imprese europee continuerebbero a operare liberamente sul mercato statunitense senza obblighi equivalenti. 
Da qui la minaccia di contromisure commerciali, che potrebbero assumere la forma di: 

  • dazi mirati; 

  • restrizioni all’accesso al mercato USA; 

  • misure di pressione su singoli settori strategici europei. 

 

LE AZIENDE NEL MIRINO: PERCHE’ NON SOLO BIG TECH  

Un aspetto particolarmente significativo è che le minacce di ritorsione non riguardano esclusivamente le grandi piattaforme digitali, ma anche campioni industriali e tecnologici europei come Spotify, SAP, Siemens, Capgemini e altri gruppi attivi nei servizi digitali e tecnologici avanzati. 
Questo elemento segnala un passaggio cruciale: il conflitto non è più limitato alla regolazione delle piattaforme online, ma investe l’intero ecosistema tecnologico europeo, trasformando la compliance normativa in un potenziale fattore di svantaggio competitivo a livello globale. 

 

IL NODO GIURIDICO: REGOLAZIONE LEGITTIMA O PROTEZIONISMO MASCHETATO?  

Dal punto di vista del diritto internazionale economico, la questione è estremamente delicata. 
L’UE rivendica il proprio diritto sovrano di regolamentare il mercato interno per proteggere interessi pubblici fondamentali. Gli Stati Uniti, al contrario, intravedono una forma di protezione regolatoria indiretta, che non utilizza dazi tradizionali ma barriere normative complesse e costose. 
Il problema centrale è stabilire se il DSA e il DMA possano essere qualificati come: 

  • strumenti legittimi di regolazione del mercato digitale, oppure 

  • ostacoli non tariffari al commercio, in contrasto con i principi del WTO e del commercio internazionale. 

La risposta non è giuridicamente univoca e dipenderà anche dall’interpretazione politica e diplomatica del diritto. 

 

SCENARI FUTURI: VERSO UNA “TECH TRADE WAR” ? 

L’inasprimento dei toni lascia intravedere il rischio di una vera e propria guerra commerciale tecnologica, in cui la regolazione digitale diventa leva di pressione geopolitica. 
Uno scenario del genere potrebbe produrre effetti rilevanti: 

  • frammentazione del mercato digitale globale; 

  • aumento dei costi per imprese e consumatori; 

  • rafforzamento di modelli normativi contrapposti (UE vs USA). 

Allo stesso tempo, lo scontro potrebbe aprire la strada a nuovi negoziati transatlantici su standard comuni di regolazione dell’AI, delle piattaforme e dei servizi digitali, evitando una spirale di ritorsioni. 

 

IL DIRITTO DIGITALE COME NUOVO TERRENO DI POTERE 

Il confronto tra Stati Uniti e Unione Europea sulla regolazione del digitale dimostra come il diritto della tecnologia sia ormai uno strumento di potere globale, capace di ridefinire rapporti economici, industriali e politici. 
Il Digital Services Act non è soltanto una norma tecnica, ma un atto di sovranità normativa che sfida l’egemonia storica delle Big Tech americane. La reazione statunitense, a sua volta, rivela quanto la regolazione del digitale sia diventata un tema strategico al pari dell’energia, della difesa o della finanza. 
Nel prossimo futuro, la capacità di trovare un equilibrio tra tutela dei diritti, concorrenza e cooperazione internazionale sarà decisiva per evitare che il diritto digitale si trasformi nell’ennesimo fronte di conflitto globale. 

A cura degli studenti sotto la facoltà di Giurisprudenza e Ingegneria Informatica 

 

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