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Perplexity AI e il copyright: il caso News Corp che può riscrivere le regole del gioco

26 August 2025 5 min. lettura

Un processo destinato a fare scuola

Il 21 agosto 2025, il tribunale federale del Southern District of New York ha respinto la richiesta di Perplexity AI di archiviare o trasferire la causa intentata da Dow Jones & Co. e dal New York Post, entrambi parte del gruppo News Corp. L’accusa è di aver utilizzato, senza autorizzazione, contenuti giornalistici protetti da copyright per addestrare e alimentare il proprio sistema di intelligenza artificiale.
Il giudice Katherine Failla ha chiarito che Perplexity non può sottrarsi alla giurisdizione di New York: la società ha rapporti commerciali e una base utenti significativa nello Stato, elementi sufficienti a giustificare il foro. Da qui, il rigetto sia della motion to dismiss sia della richiesta di trasferimento in California, dove tradizionalmente i tribunali risultano più favorevoli alle aziende tecnologiche.

La posizione di News Corp: l’AI sottrae pubblico e ricavi

News Corp sostiene che Perplexity, attraverso il suo motore di ricerca “AI-powered”, abbia costruito un modello di business sfruttando articoli, reportage e analisi editoriali senza alcuna licenza. Secondo l’accusa, ciò non solo viola il copyright, ma determina una sottrazione diretta di pubblico e introiti pubblicitari ai giornali, dato che gli utenti ottengono risposte sintetiche e dettagliate dall’AI senza accedere ai contenuti originali.
Un punto particolarmente delicato è che, in alcuni casi, il sistema RAG (Retrieval Augmented Generation) di Perplexity avrebbe riprodotto passaggi testuali identici agli articoli, andando oltre la semplice rielaborazione dei fatti.

La difesa di Perplexity: fair use, innovazione e diritto all’informazione

Perplexity rivendica la legittimità del proprio operato richiamando il principio del fair use, tradizionalmente riconosciuto dalla giurisprudenza statunitense come eccezione al copyright in presenza di utilizzi trasformativi, non commerciali o di interesse pubblico.
Secondo l’azienda:
- Il proprio sistema non mira a sostituire i contenuti editoriali, ma a restituire risposte sintetiche che agevolano l’accesso a informazioni fattuali già disponibili.
- L’uso di dati provenienti da fonti giornalistiche deve essere visto come un processo trasformativo, volto a migliorare la ricerca e l’analisi delle informazioni, piuttosto che come una riproduzione competitiva.
- Le AI come Perplexity contribuirebbero a democratizzare l’informazione, rendendo più accessibili notizie e conoscenze, e dunque il loro utilizzo dovrebbe essere bilanciato con il diritto costituzionale alla libera espressione.
- Infine, il riferimento al First Amendment non è secondario: la difesa sostiene che limitare eccessivamente l’uso dei dati potrebbe incidere sulla libertà di innovazione e di accesso all’informazione.

In questo quadro, Perplexity ha contestato anche la giurisdizione di New York, ritenendo più idonea la California come foro competente, ma senza successo.

Perché questo caso è diverso

Negli ultimi mesi, altre cause simili (es. contro Meta e Anthropic) hanno prodotto esiti più favorevoli alle aziende tecnologiche: i giudici non hanno riconosciuto una violazione automatica del copyright nell’uso di testi per addestrare modelli di AI, sottolineando l’assenza di un “danno di mercato” provato.
In questo caso, invece, il tribunale ha deciso di non archiviare in via preliminare, lasciando intendere che la materia meriti un esame approfondito. Ciò potrebbe segnare una svolta giurisprudenziale, con New York come foro severo e influente nei confronti delle big tech.

Il confronto con l’Europa

L’Unione Europea affronta il tema con un approccio diverso. La Direttiva Copyright del 2019 (artt. 3–4) regola il text and data mining, prevedendo eccezioni limitate per finalità di ricerca, ma riconoscendo agli editori il diritto di opt-out. In altre parole: se un giornale si oppone, i suoi contenuti non possono essere utilizzati liberamente dalle AI.
Con l’entrata in vigore dell’AI Act, inoltre, le aziende dovranno garantire trasparenza sull’origine dei dataset e, potenzialmente, siglare accordi di licenza per l’uso di materiale protetto. In questo senso, il modello europeo sembra più favorevole agli editori rispetto alla dottrina statunitense del fair use.

Un laboratorio giuridico del XXI secolo

Il caso News Corp vs Perplexity AI non riguarda solo due attori: è il banco di prova di come diritto d’autore e intelligenza artificiale possano coesistere (o scontrarsi) in un’economia digitale in rapida trasformazione.
Se a New York verrà riconosciuto che l’AI non può liberamente utilizzare contenuti protetti, si creerà un precedente in grado di plasmare licenze obbligatorie, accordi di mercato e persino nuove categorie di responsabilità giuridica.
In Europa, il quadro normativo appare più orientato a tutelare gli editori, ma il futuro dipenderà dalla capacità di armonizzare regole e prassi globali.
La vera domanda è: quanto a lungo le AI potranno prosperare senza un patto chiaro con chi produce contenuti?

A cura degli studenti sotto la facoltà di Giurisprudenza  e Ingegneria Informatica 

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